Se viene scritto un libro sui fumetti d’antan

 

 

I fumetti comparsi in Italia dalla fine della seconda guerra, come mi sembra di capire da una recensione, sono sotto il riflettore del recente “La storia dei miei fumetti” di Antonio Faeti, edito per Donzelli – pagg. 425 -.
Dall’articolo emerge che la passione dello scrittore – che pur costella di ponderose note critiche il suo lavoro – rimane intatta per le letture, in tema, dell’adolescenza e degli anni in cui é stato maestro di scuola elementare, prima di diventare titolare di cattedra di Letteratura per l’infanzia all’Università di Bologna. 
 
Avendo io in precedenti post compiuto qualche asserzione sui fumetti, sostanzialmente su quelli degli anni ’50 o primi anni ’60, di quando ero piccolo, cioé, ho trovato nel giornale qualche conferma di mie pregresse impressioni e qualche coincidenza.
Questo libro presenta un ricco corredo di immagini originali: la copertina – se ho visto bene – riproduce quella di un Pecos Bill, su cui mi sono già espresso e di cui posso qui esibire, come si vede, un’altra copia.
Riprendendo in mano le vecchie riviste il Faeti avrebbe avuto l’impressione di rileggerle come se fosse passato solo qualche giorno: curiosamente la stessa cosa é capitata, per le poche occasioni che ho avuto, anche a me, pur riscontrando – come ho già qui affermato – l’inesorabile – oggi, alla mia età! – ingenuità di fumetti ampiamente datati. 
Oso, poi, io, aggiungere, fumetti – quelli di matrice italiana, non quelli tradotti dall’estero! – cadenzati più sui contemporanei modesti film d’avventura italiani, che – eccezione fatta per i primi Tex, che in conseguenza di una certa ristampa di qualche anno addietro ho riletto, apprezzandoli ancora – sui grandi western americani.

In effetti, nel blog avevo iniziato ad occuparmi di fumetti, partendo da “intrepido”, di cui qui sopra la riproduzione di una copertina del 1952.
 
Trovo “intrepido”, ad esempio, tra le riviste più citate nelle discussioni con amici e conoscenti, se si sfiora l’argomento fumetti d’antan. 
I fumetti – come avevo già messo in evidenza – sono stati, tuttavia, a lungo ufficialmente criticati perché considerati diseducativi: anche Faeti riporta quella nomea, ma la ritiene sbagliata, come, immodestamente, penso – e ripeto – anch’io.
Sono incorso, fidandomi della mia memoria, in alcuni errori ed omissioni. Se scrivo ancora di fumetti, altri probabilmente ne farò. Ricordo solo ora  – ma altre persone mi hanno raccontato qualcosa di analogo – che nella mia esperienza “intrepido” (e “Tex” per chi se lo poteva permettere) veniva acquistato da genitori operai, che oggi considero lungimiranti, per essere letto da tutti in famiglia; capitava che i loro figli lo imprestassero, dopo, ad amici, fattispecie in cui mi sono spesso ritrovato, atteso che in casa mia entravano altre pubblicazioni, ritenute più formative. Ribadisco, infatti, che in quell’epoca, invece, la maggior parte dei giornalini d’avventura, oltre che essere un’occasione di svago ed anche di stimolo per la fantasia, svolgeva una buona funzione divulgativa, sia per adulti, che la scuola l’avevano dovuta abbandonare presto, che per bambini e ragazzi, che la scuola la stavano frequentando.

C’erano, inoltre – e ci sono in parte tuttora, credo – fumetti che si possono definire comici. “Tiramolla”, ancor più che il famoso “Topolino”, al pari con il gemello “Cucciolo”, era nel genere il più quotato nei “circoli” della mia infanzia. Un genere, comunque, che meriterebbe una rivisitazione, che sarebbe anch’essa indicativa di una storia del costume, ma che, per quel che mi concerne, presuppone una ricerca di fonti, perché rammento qualche figura, ma ben pochi nomi.
 
Nell’occasione, ringrazio una volta di più per le immagini l’amico Bruno Calatroni, collezionista di Vallecrosia.
Se viene scritto un libro sui fumetti d’antanultima modifica: 2013-04-20T12:49:30+02:00da amaini
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