I pellegrinaggi devozionali per la guarigione nel Ponente ligure tra i secoli XIV e XIX

 

Scorcio di Val Nervia a Castelvittorio (IM)

Il Pellegrinaggio votivo fu un fenomeno variamente sfaccettato che assunse indubbiamente coloriture straordinarie in occasione degli eventi giubilari e nel contesto storico di grandi vittorie -anche storico-politiche oltre che spirituali- della Cristianità ma che tuttavia seguì una variabile tanto estesa di espressioni formali e sostanziali che sarebbe improprio ed anche ingiusto costringerle tutte nello spazio ecumenico del “Viaggio Santo”. Per certi aspetti, in Liguria, proprio il ’600 – travolto da grandi paure collettive per la peste, per le invasioni dei pirati turcheschi, per le guerre rovinose e le tante carestie – risultò al centro di questa diversa valutazione del pellegrinaggio. Nel XVII secolo – nel Ponente ligure come in tante altre contrade italiane – si assistette per esempio ad una nuova intitolazione di antiche chiese: di modo che spesso un S.Rocco -protettore delle genti contro la peste e le epidemie- finì per surrogare patroni di più antica tradizione come S.Vincenzo. Allo stessa maniera un S.Giacomo -in parte taumaturgo ed in parte culturalmente connesso alla nuova cultura del pellegrinaggio- sostituì, nella nominazione di alcuni edifici di culto, il “vecchio” S. Cristoforo che pure, come protettore dei viandanti e, a suo tempo, dei cavalieri Templari “custodi” degli stessi viandanti, aveva avuto un sostanziale “momento di gloria” sì da conferire patronato ad ospizi, chiese e “cappelle di via”, cioè ai fattori strumentali e in qualche modo trainanti, perchè assolutamente necessari, del complesso apparato dei grandi viaggi nella sacralità. Similmente nel ’600 sorsero molti santuari, mariani e non, nel contesto di una diversa tradizione votiva processionale. Senza che il viaggio estremo, quello in Terrasanta, perdesse la sua funzione carismatica e significante, dal ’600 la Peregrinatio fidei fu restituita, anche per evidenti ragioni storiche, a quella dimensione primigenia, formale ed effettuale, che era diventata in apparenza una variante.
Il “grande viaggio della fede” era stato un fenomeno epocale, storicamente iscritto ai registri storici del XIII-XIV secolo: esso non inaugurava però una peculiare espressione religiosa.
Antecedentemente, all’epoca della civiltà medievale e curtense, quella degli spazi chiusi e degli scambi interrotti, la manifestazione coreografica della fede non aveva affatto ignorata la cifra della Peregrinatio. Questa però era mediamente orchestrata, da secoli, sulla topografia angusta della villa e della pieve, della chiesa di valle a fronte dell’impianto demico, del sito sacrale, eretto in qualche modo a santuario, cui era attribuita una particolare valenza.
Molto spesso questo pellegrinaggio locale spaziava su minime aree geografiche e tante volte era finalizzato a scopi non così altamente spirituali come avrebbe poi suggerito la filosofia del “Viaggio di fede” dal XIII secolo.
Era però un pellegrinaggio – per così dire – alla portata di tutti, a tal punto ramificato da non lasciare, a volte, tracce architettoniche o documentarie. Esso avveniva da sempre e per sempre sarebbe avvenuto.
In uno dei casi più emblematici si trattava dei “Pellegrinaggi di fede per la guarigione”. Essi avvenivano da epoche lontane -erano nati ancor prima dei vagiti della civiltà cristiana- ma da questa tali esperienze religiose acquisirono una dimensione organica ed una motivazione catechistica che finivano per interpretare a livelli superiori la primaria esperienza taumaturgica. I “Pellegrinaggi per la guarigione”, così intimamente collegati alla tradizione culturale italiana, sono stati abbastanza relegati nel limbo del secondario dalla asfissiante ricerca dei grandi percorsi del sacro. Eppure quella stessa sacralità che esternavano i “Pellegrini di Terrasanta” – come genericamente si definivano i viandanti di fede del ’200 anche se avevano per meta, ad esempio, la sola Roma- era propria, per secolari vicissitudini, del credo dei “Pellegrinaggi della guarigione”.
Per quanto possa sembrare strano l’iridescente barocco costituì una fucina di recupero istituzionale di questa sorta di micropellegrinaggi di fede. Dopo la definitiva perdita della Palestina – e quindi di tutto l’Oriente – saldamente in mano all’Islam ed ai Turchi, il “Pellegrinaggio verso la Terrasanta” decadde a fenomeno di recupero archeologico o a sublimazione mistica di poche esperienze elette, talora guidate da drammatica visione missionaria. Il tornare in Europa, soprattutto nell’Europa cattolica e mediterranea, di peste e invasori islamici -espressioni storiche esorcizzate nella fantasia parareligiosa sin ai limiti della premonizione apocalittica- rinvigorì contestualmente la ricerca di approdi facili, di santuari prossimi ai borghi abitati, lontani da terre deserte ed abitate da predoni.
Spaventata – giustamente – e titubante difronte ad eventi impensati nel medioevo -come lo scisma luterano- la popolazione, specie nelle sue frange più semplici, scoprì o meglio incentivò le mai dismesse espressioni di “Pellegrinaggio per lo star bene ed il guarire”.
Ed ecco allora in tutto il Ponente ligure quel trionfante spettacolo di frequentazione popolare di quelle chiese, cappelle e santuari a volte costruiti ex novo ma spesso eretti su siti in cui la tradizione -si dica pure una tradizione che affondava in vari aspetti delle antiche fedi precristiane- aveva individuato la persistenza di aree sacrali taumaturgiche o apotropaiche.

 

Il Santuario di Isolabona (IM)

 

Nel Ponente estremo di Liguria occorre tenere conto, per esempio, che il Santuario di Nostra Signora delle Grazie ad Isolabona (IM), in Val Nervia fu storicamente connesso alla fruizione d’una fonte termale, detta “Gonteri”, che l’Assunta di Castelvittorio, sempre in Val Nervia, fu chiesa romanica benedettina eretta ad Lacum Putidum nei pressi d’una base termale in cui si riconobbero evidenti tracce di frequentazione cultuale romana, che ancora in Bordighera la “Chiesa della Rota” – parte sostanziale dell’annesso ospedale per pellegrini del XIII secolo – fu edificata non lungi da un’altra meno nota fonte termale.
Tutto ciò senza menzionare altri casi evidenti del Ponente Ligure: e tenendo sempre fermo il rilevante significato di continuità cultuale tra mondo celto-ligure fortemente romanizzato ed ambiente cristiano-medievale che, come ha dimostrato padre Avena Benoit, in vari modi – anche sotto il profilo archeologic o- si legge, neppur lontano dal terminale di val Nervia, nella chiesa brigasca di Nostra Signora delle Fontane.
Sulla linea di un riconoscimento di quella spiritualità metastorica che si coniuga con un anelito sostanziale verso il divino, non sembra affatto irriverente ammettere che, nell’interminabile succedersi di culture e tradizioni spirituali, nella coreografia cristiano-cattolica ligure siano filtrate innocue positure delle religioni preesistenti. Del resto in vari casi quegli edifici religiosi erano accompagnati da un ospizio, da un elementare luogo di cura.
Eludendo comunque dissertazioni sulla genesi di siffatte chiese – disquisizioni che corrono troppo spesso il rischio d’apparire inutili esercizi d’ermeneutica – è sostanziale il fatto – confortato da indagine storica ed approfondamento etnografico – che la cultura popolare e una ritualità cattolica fortemente marcata di folklore, nei secoli scorsi, hanno individuato in tali luoghi di culto dei veri e propri “Santuari della guarigione”.
E questo -in modo eclatante- si scopre specialmente nel XVII secolo, tanto nella rivisitazione architettonica delle chiese che del loro significato ideologico e spirituale: basti per ciò l’esempio di “Nostra Signora della Muta di Dolceacqua”, già parte di una struttura conventuale benedettina di matrice novaliciense, nel XVII secolo trasformata dagli Agostiniani, cui ne era passato il controllo, in un “Santuario della guarigione” collegato ad una miracolosa sorgente terapeutica di cui avanzano tuttora resti significativi.
Queste chiese e santuari, che vivevano in simbiosi con sorgenti ed acque termali, erano e, in parte sono, “segni della fede” eretti, ampliati, abbelliti, ornati di ex voto in concomitanza con grandi manifestazioni patologiche, soprattutto con le due principali cause storiche di panico e mortalità di massa: la peste bubbonica per quanto concerne il periodo che va dal XIV al XVII secolo ed il colera relativamente al XVIII e XIX secolo.
In un manoscritto inedito di un medico-ricercatore operante tra Ventimiglia e Perinaldo a cavallo del ’700 e del primo ’800 si ha direttamente occasione di leggere il peso attribuito dalla scienza di quel tempo ad una pur elementare idroterapia. Era una forma di cura che la povera gente poteva esercitare quasi soltanto presso questi luoghi di culto. Ben sapendo quanto fosse importante per difendersi dal colera bere (e comunque utilizzare per vari scopi, comprese le abluzioni) acqua pura come quella che sgorgava presso le fonti di siffatte chiese, è ben evidente -come si evince dalla lettura del manoscritto appena citato- che davvero, non solo secondo l’opinione della gente comune ma anche per il giudizio di medici ancora in possesso di armi limitate contro il colera, quelle chiese meritassero, alternativamente, gli appellativi di “Santuari della guarigione” e di “Segni della fede”.
Le processioni a siffatti simulacri della speranza erano periodicamente sancite da grandi tributi d’affetto orchestrati sì dalla liturgia ma in massima parte permeati di umanissimo pragmatismo: la ricerca dell’estremo bene terreno, il “guarire” o, comunque, lo “stare in apprezzabile salute”. Anche se, per postazione ideologica e pregiudizio intellettuale, piace talora illudersi su straordinari, collettivi slanci esclusivamente fideistici, la massa fu mediamente spinta, come in minor misura lo è tuttora, a questi pellegrinaggi verso “Santuari della guarigione” dalla giustificata, compassionevole volontà di guarire o comunque dissipare da sè o dal corpo dei propri cari il lugubre “segno della morte”: e per guarire bisognava sì credere e pregare, ma non bastava, bisognava soprattutto bere l’”acqua miracolosa” dei “Santuari della guarigione”.

da Cultura-Barocca

I pellegrinaggi devozionali per la guarigione nel Ponente ligure tra i secoli XIV e XIXultima modifica: 2012-12-20T15:16:57+01:00da amaini
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