Gruppo Sbarchi Vallecrosia: l’ultima missione – di Renzo Rossi

Il 24 aprile 1945 si trovava alla base Petit Rocher di Villefranche sur Mer (Alpi Marittime, Francia) un nucleo di partigiani italiani del Gruppo Sbarchi di Vallecrosia, fra cui il sottoscritto Renzo Rossi (di Bordighera) e Mercenaro Pietro detto Girolamo (di Vallecrosia).
Non parleremo delle vicende del Gruppo Sbarchi Vallecrosia, di cui il sottoscritto era il responsabile e Marcenaro il commissario politico dell’attività partigiana, della Resistenza nella zona Ventimiglia-Bordighera e dei rapporti con gli alleati, perché ampiamente descritti in numerose pubblicazioni, anche se in modo impreciso e con molte dimenticanze. Sarebbe un compito arduo perché migliaia di persone, direttamente od indirettamente, vi parteciparono e quindi dovremmo essere in molti a parlarne.

Ci limiteremo ad un fatto circoscritto nel tempo e nelle persone, che iniziò alle ore 16 del 24 e finì alle ore 3 del 25 Aprile, 11 ore dopo.

Si tratta dell’ultima missione del Gruppo Sbarchi, “L’ULTIMA PATTUGLIA”, come si usa dire nei romanzi di guerra.

Questa pagina di storia non fu mai scritta, i protagonisti ancora viventi ne parlano per la prima volta dopo 50 anni.

Verso le 16 del pomeriggio di quel 24 aprile, il Cap. Lamb dei SERVIZI SEGRETI BRITANNICI venne a prelevarci, io e Marcenaro, al Petit Rocher, per condurci al Q.G. Interalleato di Nizza “LA LIAISON”. Durante il viaggio ci comunicò che sul greto del ROJA a Ventimiglia, all’altezza di Roverino, il pilota (n.dr.: lì costretto ad atterraggio di fortuna con l’aereo mentre era in volo di ricognizione) aveva comunicato con la radio di bordo che i tedeschi avevano evacuato Ventimiglia.

Ci disse che si dovevano prendere delle gravi decisioni e che la nostra presenza sarebbe stata determinante.

Premetto che all’epoca avevo appena compiuto 21 anni e il Marcenaro 25 ed il fatto di essere stati convocati in sì alto loco ci lasciava molto perplessi anche perchè il Cap. Lamb non ci disse che cosa si attendevano da noi personaggi così importanti.

Arrivammo al Q.G. ed in un grande salone, in mezzo ad una nuvola di fumo, scorgemmo un gruppo di ufficiali francesi ed anglo-americani che discutevano animosamente fra di loro.

Fortunatamente, data la presenza di ufficiali stranieri, i francesi parlavano lentamente ed in un linguaggio chiaro e corretto, senza argot, quindi la discussione era ben comprensibile.

Per ben capire quanto segue dobbiamo fare un’ampia premessa: quando si verificarono questi fatti il settore sud dell’Armee des Alpes francese era formato per circa l’80% da militari nord-africani ed il restante 20% era costituito dalla 1° D.F.L. (Prima Divisione Francia Libera) – reggimenti di senegalesi – e dal 21° Corpo, formato soprattutto da volontari stranieri fra cui moltissimi italiani. Alcune navi da guerra nella baia di Villefranche, il grosso a Tolone e la rinata aviazione francese negli aeroporti di Nizza e di HYERES.
 
AL MOMENTO IL 99% DELLE TRUPPE COMBATTENTI ERA COSTITUITO DA FRANCESI.

Tra i nord-africani vi erano reggimenti di tirailleures tunisini, algerini e marocchini regolarmente inquadrati e comandati da ufficiali francesi e quindi ben disciplinati. Vi erano pure i famosi GUMIERS dei TABORS Marocchini (truppe alleate) chiamati anche “les egorgeurs” perché applicavano il rituale islamico di sgozzare il nemico.

Erano truppe d’elite, temibili e agguerrite, che avevano fatto le loro esperienze sul fronte di Cassino, agli ordini del Generale JUIN. Queste truppe ausiliarie (cioè con inquadramento marocchino) non avevano la disciplina dei regolari e dopo un’operazione vittoriosa pretendevano di esercitare il diritto ancestrale del “droit de viol”: basti ricordare il film “La CIOCIARA” di SOPHIA LOREN.

Normalmente i GOUMIER erano sempre mandati in prima linea perché truppa vincente (costituivano les “TROUPES DE CHOC”).

Bisogna precisare che l’opinione pubblica e l’esercito francesi erano nella grande maggioranza anti-italiani a causa della pugnalata alla schiena inferta dal Mussolini quando la Francia era già in ginocchio e delle sue mire annessionistiche perché voleva annettersi NIZZA e la SAVOIA.

Lo stato maggiore francese era diviso fra FALCHI e COLOMBE.

I FALCHI volevano un’offensiva immediata con tutti i mezzi e le forze a disposizione per penetrare più profondamente in territorio italiano. Volevano sedersi al tavolo della pace con le loro truppe a Genova ed in Val Padana. Per loro era arrivato il momento di farla pagare agli italiani.

LE COLOMBE, guidate dal generale, sostenevano che un’offensiva scatenata con truppe coloniali, avrebbe causato problemi gravissimi alle popolazioni italiane di frontiera, con un corollario di stupri e violenze che avrebbero scavato un solco indelebile fra le due nazioni per molte generazioni future.

Il generale francese, un europeista ante-litteram, difese con energia e nobili parole, la causa delle COLOMBE.

In quei giorni e specialmente negli stati maggiori alleati, si criticavano aspramente il comportamento dei coloniali nell’Italia Centrale e la permissività del comando francese.

Per il loro prestigio nazionale, migliaia di stupri e violenze (almeno quelli dichiarati) avevano vanificato la più bella vittoria del ricostituito esercito gollista.

Si può ben comprendere l’imbarazzo del generale e delle colombe. In caso di offensiva non poteva certo privarsi delle migliori truppe a sua disposizione, che, comunque, avrebbero fatto risparmiare del sangue francese (a questo proposito bisogna ben precisare che i coloniali non erano per niente entusiasti di servire come carne da cannone per una causa che non era la loro).

Gli Anglo-Americani erano con le colombe, ma per altri motivi: speravano di arrivare prima dal Centro-Italia.

A parte le considerazioni di carattere politico i FALCHI  sostenevano :

    che nessun militare tedesco si era presentato alle linee francesi con la bandiera bianca, pur ben conoscendo i vantaggi di una resa ad un esercito regolare anziché a formazioni partigiane che li avrebbero puniti per i loro crimini

    che nessun gruppo di civili italiani si era presentato ai loro avamposti per informarli della situazione ma anche e soprattutto per aiutarli nell’avanzata ed evitare i campi minati cosa ovvia quando si attendono dei liberatori

    che i tedeschi, ritirandosi da Ventimiglia, secondo l’interpretazione del messaggio radio dell’aereo, non avevano abbandonato né armi né automezzi e quindi non si trattava di una fuga. Erano certi che si sarebbero attestati sulla linea Capo Nero-Coldirosi. Bisognava attaccarli e distruggerli.

    che all’imbrunire non si erano visti dai loro avamposti né falò o fuochi di gioia né si erano uditi suoni di campane a festa per salutare la Liberazione. Per loro c’era ancora il coprifuoco e la popolazione aveva paura dei tedeschi.

Questa premessa era necessaria per rendersi conto dell’atmosfera del momento e delle difficoltà incontrate dalle COLOMBE.

Erano ormai le 19 e dal fronte nessuna novità.

Il generale francese insistette, voleva sapere esattamente che cosa facevano i tedeschi prima di prendere una decisione tanto grave. Ben sapeva che nessuno voleva morire proprio all’ultimo giorno di guerra. Fece quindi la proposta di inviare immediatamente una missione di ricognizione oltre Capo Nero e che questa operazione dovevamo farla noi italiani.

Rispondemmo che eravamo ben disposti a sbarcare a Vallecrosia, dove avevamo la nostra base e metterci al seguito dei tedeschi per segnalarne i movimenti.

Ci rispose di no, che uno sbarco a Vallecrosia avrebbe richiesto troppo tempo, che non c’era un radiotelegrafista disponibile e che l’unico mezzo di comunicazione erano i piccioni viaggiatori. Insistette che gli occorreva una risposta prima dell’alba, perché doveva dare l’ordine di avanzata alle truppe di terra e chiedere l’intervento della marina e dell’aviazione.

Ci disse che si rendeva ben conto che si trattava di una missione suicida anche e soprattutto a causa dei campi minati che noi non conoscevamo e che saremmo andati allo sbaraglio senza alcun collegamento a terra.

Tutti gli sguardi erano puntati su di noi. Silenzio assoluto!

Dopo una beve consultazione, rispondemmo che, se anche non eravamo per niente d’accordo e che come gli altri non volevamo morire proprio l’ultimo giorno, saremmo sbarcati ugualmente a San Remo perché ci rendevamo conto della gravità del momento e soprattutto perché non volevamo che i presenti pensassero che gli italiani avessero paura.

Dicemmo pure ai presenti che, considerati i rischi, non potevamo ordinare a nessun altro italiano di andare perché sarebbe stata una viltà, saremmo andati noi stessi. Applausi da parte dei presenti ed allora il generale gridò ad alta voce  perché tutti (e in particolare gli anglo-americani) sentissero che anche un ufficiale francese sarebbe sbarcato con noi (non disse però che si trattava di un disciplinare che doveva riabilitarsi).

A questo punto il generale commise una gaffe; ci offrì una forte somma di denaro che noi rifiutammo con sdegno; gli dissi che non eravamo mercenari ma alleati a tutti gli effetti e che accettavamo di sbarcare perché nella zona vivevano le nostre famiglie e la nostra gente.

Il generale rispose (sempre ad alta voce perché gli anglo-americani sentissero bene) che in simili circostanze un francese avrebbe risposto come noi e per farsi perdonare la gaffe ci offrì due Sten cromati e damascati e due pettorali con caricatori. Ci diedero delle divise francesi ma con il berretto nero dei Commandos brittanici nonché l’ordine di missione in 4 lingue: il famoso “TO WHOM IT MAY CONCERN…..” che ci dichiarava appartenenti all’esercito francese e ci autorizzava a trattare la resa dei reparti nemici incontrati.

Il Cap. Lamb ci riportò alla base di Villefranche. Un corteo di vetture piene di ufficiali alleati ci seguiva. Al Petit Rocher tutti continuarono a commentare la decisione del generale; poi arrivò il Kajak e la gabbia con i due piccioni viaggiatori.
Arrivò una telefonata al Q.G. dal fronte: nessuna notizia. BISOGNAVA PARTIRE.

Partimmo immediatamente su di un velocissimo motoscafo RIVA.

Mare calmo come un olio. Luna piena. Un incrociatore ed un cacciatorpediniere (gli stessi che avevano bombardato il deposito tedesco di  Piazza Colombo a San Remo) si misero sulla nostra scia.

Tutto il dispositivo militare francese era sul pronti a muovere.

L’equipaggio del motoscafo era composto da:
Cap. La Barrière del D.G.E.R. (una colomba)
Cap. Muller della Surete Militare (un falco)
Il pilota Cesar (francese non meglio conosciuto) e Predetti Giulio di Ventimiglia
Gli sbarcandi, il volontario francese, Marcenaro ed il sottoscritto:
una gabbia con due piccioni viaggiatori ed un kajak.

Arrivati al largo di San Remo ci fermammo per decidere. Il Cap. Muller sosteneva che la città era ancora occupata dai tedeschi. Nessuna finestra era illuminata, nessun falò era stato acceso sulle spiagge e sul molo per segnalare che la città era libera. Fece osservare che quando una città è libera le campane suonano continuamente a distesa.
 
SAN REMO ERA NEL SILENZIO PIU’ ASSOLUTO!

Secondo lui non valeva la pena rischiare la vita di tre persone. Bisognava mandare subito i colombi con il messaggio che la città era ancora in mano ai tedeschi.

La Barriere sosteneva il contrario e cioè che bisognava assolutamente sbarcare, perché se anche si rischiavano tre vite, se ne potevano salvare migliaia di altre.

Alla fine per tagliar corto a questa discussione poco piacevole fatta sulla nostra pelle, io e Marcenaro mettemmo il Kajak in mare: io salii davanti, il francese in mezzo con la gabbia dei colombi e Marcenaro dietro.

Il motoscafo rientrò immediatamente a Villefranche e ci lasciò al nostro destino.

Remando con le pagaie, ci avvicinammo all’imboccatura del porto, costeggiando il mercantile affondato: sul molo non c’era nessuno.

Ci spostammo davanti al Morgana, ma ci venne il dubbio che la spiaggia fosse minata ed era vero.

Lentamente ci dirigemmo verso San Martino, ma pur essendo vicinissimi alla costa con una luna che sembrava il sole di mezzogiorno, non scorgemmo anima viva. Il francese cominciava a perdere la calma: “Nom de Dieu, où allons nous?” continuava a sussurrare. Marcenaro mi chiedeva “Renzu ti ghe cunusci, duve semu?” ed io rispondevo ” nu ghe capisciu in b…”

A questo punto devo chiarire che in occasione della precedente discussione al Q.G., Marcenaro mi aveva chiesto se sapevo dove andare: al che avevo risposto di sì (infatti conoscevo l’indirizzo del Prof. Mascia Mario, segretario del C.L.N. di San Remo) ma il mio compagno intendeva l’ubicazione dei campi minati, che io purtroppo non conoscevo. Chiarito l’equivoco dopo tanti tentennamenti, nella speranza di vedere qualcuno, decidemmo di andare verso una casupola bianca: era il bunker tedesco sito sulla spiaggia proprio davanti al campo sportivo di San Martino.

Decidemmo di sbarcare sul viottolo che collegava il fortino al bagnasciuga. Prima di mettere piede a terra, gridai in tedesco e in italiano “siamo francesi! arrendetevi!”. Nessuna risposta. Sbarcammo e seguimmo il sentiero con la massima prudenza (avevamo paura delle mine a strappo). Il bunker era vuoto, arrivammo alla ferrovia. Volgendo lo sguardo indietro vidi quei tristi cartelli che gli anziani ben ricordano “ACHTUNG MINEN”. Ci era andata bene!

Attraversammo la via Aurelia e ci infilammo in una stradina che costeggiava ad Est il campo sportivo.

Alla prima casa bussammo, un uomo si affacciò alla finestra, gli parlammo in dialetto. Si rassicurò e ci aprì la porta facendoci entrare in casa. Era il Sig. Zauli, figlio dell’ex Preside della Scuola di Avviamento di San Remo. Ci disse che gli ultimi tedeschi erano passati in serata e che a San Martino davanti al bar Bordin c’era già un posto di blocco partigiano. Con la moglie ci disse che avevano avuto paura che fossimo una retroguardia  di fascisti. Mentre la signora ci preparava un surrogato, noi inviammo subito i colombi con i messaggi.
 
ERANO CIRCA LE TRE DEL MATTINO.

Scendemmo sull’Aurelia, ed avvicinandoci al posto di blocco partigiano fummo fatti segno ad una raffica di mitra per fortuna sparata in alto.

Quando si accorsero che eravamo alleati, ci furono scene di gioia da parte di tutti. Mi recai immediatamente  a casa del Prof. Mascia (che allora abitava a San Martino).

I piccioni viaggiatori fecero il loro dovere, l’offensiva fu sospesa, i GUMIERS non si mossero, le navi e gli aerei non bombardarono, la guerra era finita.

Ci mettemmo in marcia per Ventimiglia; arrivati in Piazza Colombo (erano ormai le nove del mattino) fummo portati in trionfo dai sanremesi che probabilmente furono un po’ delusi quando si accorsero che io e Marcenaro eravamo della zona e parlavamo come loro. Speravano che fossimo dei veri inglesi.

A Ventimiglia trovammo i fucilieri di marina e le truppe senegalesi.

Il generale aveva mantenuto la parola: non aveva mandato avanti i nord-africani.

I senegalesi ebbero delle perdite a causa delle mine – erano arrivati seguendo sentieri laterali alla via principale – i fucilieri di marina che avevano preso la via Aurelia non ne ebbero.

Anche se alla fine della guerra fra i francesi e gli italiani ci furono degli attriti e delle divergenze a causa dei plebisciti e delle manovre annessionistiche della Francia, avvenimenti che divisero i protagonisti della vicenda che abbiamo testè narrato, ogni nube è scomparsa. Ogni giorno diecine di migliaia di francesi e di italiani si incontrano, commerciano, lavorano affratellati nella grande nazione europea.-

Il generale francese forse non sarà più tra i vivi (era già anziano allora), ma noi vogliamo ricordare, per la memoria storica ed in occasione del cinquantenario di quegli avvenimenti, l’impegno, la nobiltà d’animo e il fervore con il quale difese la causa della fratellanza fra i nostri popoli.-

Inchinandoci nel ricordo di tutti coloro che nel mondo intero morirono per la nostra libertà, vogliamo qui ricordare i nostri eroici caduti del GRUPPO SBARCHI, Gugliemi Alberto, fucilato dai tedeschi al ritorno di una missione di accompagnamento di ufficiali alleati, e i Fratelli Biancheri (Lilò) di Bordighera, che convinsero i bersaglieri del sergente Bertelli del bunker di Vallecrosia ad unirsi ai partigiani permettendo così la nascita del Gruppo Sbarchi. I Fratelli Biancheri furono catturati dai tedeschi su delazione, subirono la tortura, non parlarono, non tradirono: la base continuò a funzionare fino alla fine della guerra. Furono fucilati a marzo 1945 a Forte San Paolo di Ventimiglia.

 
Rossi Renzo (aprile 1995)

Gruppo Sbarchi Vallecrosia: l’ultima missione – di Renzo Rossiultima modifica: 2012-03-11T18:22:01+01:00da amaini
Reposta per primo quest’articolo
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento